Ortopedici Como - Lecco - Monza

Dr. Giovanni Longoni - Chirurgo Ortopedico

Email: ortopedico@giovannilongoni.it

 Artrosi dell'anca

L’artrosi è considerata la malattia del nuovo secolo. In Italia ci sono circa 6 milioni di persone con patologia artrosica con costi stimati annui in circa 6,5 miliardi di Euro.

Un paio di considerazioni possono far capire l’importanza di questa patologia nella popolazione: sopra i 60 anni è la principale causa di dolore e invalidità e ha un impatto negativo sulla popolazione maggiore rispetto ad altre patologie ben più gravi (come ad es le malattie cardiovascolari).

L’artrosi dell’anca, in particolare, è una patologia che in genere si manifesta dai 50 anni in su (Artrosi PRIMITIVA O PRIMARIA).

Ci sono, non di rado, situazioni in cui la sintomatologia si può manifestare prima. E’ questo il caso di:

In questi casi la sintomatologia dell’artrosi si può manifestare precocemente (la definiremo artrosi SECONDARIA.

Come e perché si manifesta l'artrosi dell'anca

La nostra anca la possiamo paragonare ad una sfera (la testa del femore) che si muove all’interno di una semisfera (l’acetabolo). Per come è strutturata garantisce una grande stabilità, tuttavia quando la cartilagine si consuma porta a dolori invalidanti e alla veloce diminuzione dell’arco di movimento.

artrosi dell'anca
(a sinistra anatomia di un’anca sana; a destra esempio di anca artrosica)

I SINTOMI TIPICI, infatti, sono dolore che da intermittente diventa costante e invalidante ed è di solito localizzato nell’inguine, lateralmente all’anca (a volte c’è anche una sensazione di coltellata nel gluteo), davanti lungo la coscia. Spesso può scendere fino al ginocchio, tanto che non raramente il paziente è convinto che il problema principale sia al ginocchio!

Tutti questi dolori portano a zoppicare, a sentire il bisogno di un bastone. Tipicamente si fa sempre più fatica ad allacciarsi le scarpe o a mettere/togliere le calze, ad entrare/uscire dalla vasca da bagno o dall’auto (specialmente se sono auto un po' ribassate o sportive).

A volte il paziente si accorge che forse una gamba è diventata un poco più corta dell’altra (il paziente deve risvoltare i pantaloni!).

anca sana e anca artrosica 

Se sono presenti questi sintomi, è sufficiente effettuare una radiografia del bacino e dell’anca in questione per giungere alla diagnosi. NON sono necessari quasi mai ulteriori approfondimenti.

radiografia anca normale e artrosicaNell’esempio dell'immagine si può vedere la differenza tra un’anca sana (visibile a SX nella foto) e quella artrosica (a DESTRA nella foto), in cui quest’ultima è completamente consumata e in parte anche deformata.

Può essere importante a volte effettuare una Risonanza Magnetica (che però sarebbe corretto che sia lo Specialista a consigliare) se c’è il sospetto di una patologia che non è strettamente l’artrosi dell’anca ma, come sintomi, si comporta praticamente allo stesso modo:

Quale terapia per l'artrosi dell'anca?

Il primo approccio terapeutico, di fronte ad un paziente con artrosi dell’anca (o necrosi della testa del femore) è:

Spesso purtroppo questo primo approccio si rivela poco efficace, quindi sia che si tratti di un’artrosi avanzata (primitiva o secondaria), sia che si tratti di una necrosi invalidante, l’approccio chirurgico è praticamente lo stesso:

La sostituzione protesica

A differenza dell’artrosi di ginocchio, dove ho maggiori “margini di manovra” prima di arrivare alla decisione di impiantare una protesi, nell’anca purtroppo siamo di fronte ad una scelta quasi obbligata.

Questa è la notizia negativa.

protesi dell'ancaLa notizia positiva, invece, è che oggigiorno le protesi d’anca sono sicure, poco invasive, permettono un ritorno a una vita normale nel giro di poche settimane e addirittura a qualche attività sportiva a basso impatto nel giro di pochi mesi. (nell'immagine un esempio di protesi d’anca di nuova concezione)

Qualcuno, nel mondo ortopedico, diceva che l’anca è un’articolazione che sembra fatta apposta per essere protesizzata. In effetti è così!

Mini-invasività applicata all'anca

Nell’ambito della protesica d’anca ho consolidato da anni la filosofia della mini-invasività (in inglese TSS, o chirurgia a risparmio tissutale), nell’ottica di minimizzare le perdite di sangue, il dolore post-op e favorire la ripresa funzionale.

Pensando alla mini-invasività NON bisogna PENSARE SOLO alle cicatrici di piccole dimensioni.

Io penso che MINI-INVASIVITÀ sia da associare alle parole RISPETTO DEI TESSUTI.

Corrisponde quindi non solo alle ridotte dimensioni della cicatrice (a oggi di solito 8-10cm), ma soprattutto al rispetto dei tessuti, in particolare quello muscolare e quello osseo.

Tutte queste caratteristiche, messe assieme, determinano la mini-invasività dell’intervento.

Nella pratica clinica quotidiana posso applicare questa filosofia alla quasi totalità dei pazienti.

artrosi anca Protesi anca a 2 mesi dall'intervento

Esempio di anca artrosica e necrotica

Controllo a soli 2 mesi dall’intervento

Anche la VIA D’ACCESSO all’anca può rientrare in questo concetto. Personalmente ho iniziato, durante gli anni della scuola di specialità in ospedale, con la via d’accesso laterale per poi specializzarmi nella via posteriore o postero-laterale.

Si tratta di una via semplice, facilmente replicabile, rispettosa dei tessuti (si distacca solo un piccolo gruppo di muscoli i quali, a fine intervento, vengono fissati nuovamente all’osso) e che permette di trattare praticamente qualsiasi tipo di anca e di corporatura dei pazienti.

Ultimamente mi sono affacciato alla via d’accesso che sta prendendo piede in questi ultimi anni: la via anteriore. È in effetti una via per certi versi ANCORA più MININVASIVA rispetto alla via posteriore (non viene staccato nessun muscolo, rischi di lussazione praticamente nulli, lontananza da grossi rami nervosi) dovrebbe permettere un decorso post-operatorio più rapido.

Tuttavia la vedo come una via d’accesso NON PER TUTTE LE ANCHE O PER TUTTE LE CORPORATURE, perciò la riservo a casi selezionati.

L’intervento è andato bene…..dopo cosa succede?

Una volta concluso l’intervento entra in gioco il paziente stesso: la riabilitazione inizia praticamente nelle ore successive e continuerà per diverse settimane, in modo tale da recuperare l’autonomia sia a camminare che a vivere i gesti della vita quotidiana.

riabilitazione dopo intervento di  protesi anca

Nei nostri reparti gli infermieri e i fisioterapisti guideranno il paziente operato a effettuare anche i movimenti più semplici come spostarsi nel letto, sedersi per lavarsi, camminare con le stampelle.

Normalmente il paziente con protesi d’anca rimane ricoverato per circa 20 giorni per poter effettuare tutto il primo ciclo riabilitativo; gli verranno insegnati degli esercizi da effettuare quotidianamente a casa (oltre che istruito sulle norme di comportamento al domicilio).

Di solito il paziente impiega 6-8 settimane per recuperare una buona autonomia: a quel punto può abbandonare le stampelle, riprendere a guidare, tornare a effettuare lavori o sport leggeri. Per lavori più pesanti bisogna di solito aggiungere un ulteriore mese.

Solitamente effettuo la 1° visita post-operatoria (con Rx di controllo) a circa 2 mesi.

Come mai tutte queste precauzioni?

Ti starai chiedendo se tutte queste attenzioni, soprattutto durante il ricovero, sono dovute alla debolezza muscolare e del fisico.

In parte è vero.

Più che altro le prime settimane post-operatorie sono le più delicate poiché non essendoci ancora un tono muscolare valido, la protesi è a rischio di lussazione (cioè fuoriuscita dalla sua sede).

In effetti la protesi è salda nell’osso (come il LEGO®) ma le sue componenti NON SONO agganciate tra di loro. Sono effettivamente i muscoli e la capsula articolare che mantengono bene in sede la protesi.

Stiamo parlando comunque di percentuali di rischio MOLTO BASSE, grazie soprattutto al personale del reparto che istruisce a dovere i pazienti e ai fisioterapisti che iniziano fin da subito a potenziare la muscolatura.

In realtà la lussazione non è la complicanza peggiore per una protesi d’anca. L’infezione della protesi è probabilmente la problematica che preoccupa maggiormente i chirurghi che si occupano di protesi articolari.

Anche qui stiamo parlando fortunatamente di percentuali MOLTO BASSE grazie ai protocolli farmacologici e banalmente di pulizia e attenzione che abbiamo nei nostri reparti e nelle nostre sale operatorie.

Devi tenere presente che una protesi sarà sempre a rischio (seppur bassissimo) di infezione, quindi DOVRAI SEMPRE INFORMARE un medico (o un dentista) che ti propone un intervento chirurgico per qualsivoglia motivo. Egli saprà impostare un’adeguata profilassi farmacologica per poter tranquillamente effettuare la procedura.

Complicanze gravi ci potranno essere sempre (è implicito nel concetto di intervento chirurgico) ma stiamo parlando di eventi molto rari (anche perché il prericovero è un filtro fondamentale per arrivare alla sala operatoria con meno rischi possibili: è importante quindi portare con sé in quel momento TUTTA LA DOCUMENTAZIONE DELLA PROPRIA SALUTE).

Consiglio sempre ai pazienti protesizzati di effettuare controlli periodici con radiografie. Questo è importante prima di tutto per capire come il paziente stia “vivendo” la protesi articolare, poi per valutare la mobilità dell’articolazione, lo stato della cicatrice e il tono muscolare.

Le radiografie sono importanti per valutare la protesi nel contesto dell’osso. Nel corso degli anni in effetti si creano dei micro-movimenti e riassorbimenti d’osso attorno alla protesi e questo porta, alla lunga, alla mobilizzazione della protesi.

È un processo purtroppo inevitabile ma normalmente avviene DIVERSI ANNI dopo l’impianto.

L’importanza quindi dei controlli periodici (di solito 3 nel primo anno post-op e poi ogni tot anni, a seconda dei casi) è paragonabile al tagliando dell’auto: controlli di routine per valutare lo stato di salute dell’impianto ed eventualmente consigliare terapie specifiche/accorgimenti comportamentali.

Dottore, quanto durerà la protesi?

Questa è una domanda che mi viene rivolta spesso quando propongo questo intervento.

La risposta è praticamente impossibile da dare al singolo paziente, in quanto entreranno in gioco numerosi fattori che potranno condizionare la longevità dell’impianto.

Normalmente rispondo citando i numeri dei registri internazionali (esiste anche in Italia il Registro Italiano delle ArtroProtesi: http://old.iss.it/riap/index.php?lang=1): si può affermare che a distanza di 20 anni la sopravvivenza si attesta intorno al 90%.

Sono indubbiamente numeri confortanti, tuttavia sono statistiche. Ogni caso clinico fa storia a sè.

Prendendo in prestito un’affermazione di un famoso ortopedico contemporaneo, una protesi articolare dura come un matrimonio: la maggior parte durano per tutta la vita, tuttavia alcuni hanno problemi a breve distanza…

...e come mai hanno problemi?

Quanto dura una protesi?

Ci sono diversi fattori che possono interferire con il matrimonio e metterlo in crisi o farlo fallire del tutto: fattori interni (i coniugi, cioè la protesi) o fattori esterni (i parenti, cioè fattori non connessi strettamente all’impianto protesico).

Se pensi dunque che la tua problematica rientri tra quelle che ho provato a spiegare in maniera chiara e semplice, puoi prenotare un appuntamento o contattarmi via mail.

 

Per qualsiasi informazione puoi scrivermi una mail all’indirizzo ortopedico@giovannilongoni.it

Puoi prenotare una visita direttamente dal sito cliccando qui: [https://bit.ly/2CEJAX6]

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